Scoperte musicali che fanno bene all’anima -Low Cut Connie

Get Out the Lotion (2011): “What indie rock might sound like were it invented in Alabama in the late Fifties.” (Rolling Stones)

Call Me Sylvia (2012) – (su Boozophilia): “as like Jerry Lee Lewis if he’d had his first religious experience at a Replacements show.” (Rolling Stones)

Hi Honey (2015): #2 “album of the year” dal critico NPR/Sound Opinions Jim DeRogatis.
Dave Tomar scrisse nell’Huffington Post che Hi Honey “brims with something more than just the wounded abandon that distinguished previous recordings” e disse che “it borrows furiously and confidently from history to deliver an immediate blast of booty-shaking brilliance.”
Stephen Thomas Erlewine, di AllMusic, insignì l’album di quattro stelle su cinque e disse che “the nifty thing about Hi Honey is how it’s cleverly produced to replicate the kinetic sensation of hearing a stack of 45s being spun through an old jukebox.”
Eric Schuman, su Magnet, definì l’album come “essential new music” e “both retro-minded and forward-thinking.”

Dirty Pictures – part1 (2017): where’s the Grammy?! (hehehe)

 

Chi dice donna dice dono.

Hai bisogno di qualcuno che ti dica che ti ama, donna, ogni giorno.
Hai bisogno di qualcuno che ami le tue piccole fisse, che fissi i tuoi piccoli nei e nei tuoi occhi si perda.

Le grandi paure rendono tutto più importante, donna, ma spesso nelle grandi paure si ritrovano in tanti senza rendersi conto che sono le piccole mancanze a fare grandi i problemi.
Delle piccole mancanze si accorgono invece in pochi, ed in tanti si ritrovano perplessi senza aver capito cosa sia successo.

Donna, sei l’essere più affascinante che esista ma lascia che ci sia qualcuno da conquistare.
Strega ma senza maledizioni, affascina ma senza lasciarti fasciare.

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Pablo Picasso – Ritratto di Dora Maar (1937)

Scoperte musicali che fanno bene all’anima – The London Souls

Eccomi di nuovo qui, sempre più legata al mio amico Spoty, sempre più desiderosa di nuove conoscenze musicali.

Questa volta l’illuminazione è arrivata ascoltando la playlist di Jam in the Van
Loro sono i The London Souls, nome che potrebbe trarre in inganno essendo americani, precisamente di New York.

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La band si è ufficialmente formata nel 2008 dall’unione di Tash Neal – voce e chitarra – e Chris St.Hilaire – batteria e voce -, ma già da anni i due condividevano la passione per la musica e la scrittura.
L’album di debutto, omonimo, è del 2011 mentre il secondo, Here comes the girls, è datato 2015.

Nel loro sito si descrivono in questo modo:

The London Souls’ unique reinterpretation of classic hard-hitting rock and roll formulae recalls elements of the past with an ever-present boundless energy, fit to cement their place in the future. Tash and Chris have been nothing short of a best-kept secret among New York City concertgoers since the bands formation in 2008, building a fervent and dynamic fan base leveraged by their ever sustained reputation for consistently well-rehearsed and impassioned, explosive live performances. The band’s celebrated sound and spirit draws significant influence from the driving force of British rock pioneers Cream and Led Zeppelin to billowing and bouncing funk and soul, to the layered harmonies and memorable hooks of The Beatles and The Hollies, to the contemporary psychedelia of My Morning Jacket among many more.

Questa band è in effetti un misto di un rock a tratti psichedelico, funk, british, a tratti un po’ più duro ma sempre con le radici affondate nel blues e nell’originario rock’n’roll.
Sembrano una linea di congiunzione tra tanti punti che rappresentano gruppi e categorie musicali che amo, racchiudono tante cose e significati, insieme, e lo fanno in maniera eccellente. Collegano generazioni di musica unendo i mood di grandi ed influenti classici del rock alla loro energia, facendoci sembrare che non ci siano stati vuoti o salti temporali da 40-50 anni a questa parte.
D’altra parte basterebbe vedere il loro logo per capire che no, le cose buone non muoiono e resistono ai decenni.
Un po’ Led Zeppelin, un po’ Who, un po’ Cream, senza offendere nessuno – ci mancherebbe.

P.s: se vi interessa la loro prossima tappa sarà alla Carnegie Hall di New York (un posto a caso) il 7 marzo con “The Music of Led Zeppelin”. Chi può, vi prego, ci vada.

Steady….are you ready?!

Il labile confine tra coerenza e monotonia

“I tuoi brani preferiti del 2017!”.

Nelle ultime settimane my dear friend Spotify mi ha salutato così ogni santo giorno, proponendomi i brani che più ho ascoltato nel 2017.
Ovviamente mi ha fatto molto piacere questa cosa essendo io una persona molto abituale, che ama spesso restare nella confort zone dei suoni che conosce e che con certezza matematica le danno il riscontro sperato – e aspettato.

“E forse fu per gioco o forse per amore” che decisi di rendermi realmente conto, in forma numerica, di quali fossero gli artisti da me più seguiti in questo anno ormai mal-andato.
Se utilizzate questa piattaforma sapete che viene proposta una playlist di un tot di brani visibili immediatamente che poi con lo scorrere degli stessi si aggiorna caricandone di nuovi in coda. Non potendo realmente arrivare al termine di questo infinito elenco ho deciso di prendere i primi 100 brani suggeriti ed esaminare, in percentuale, l’esito dell’analisi quantitativomusicale.

Vediamo quindi le prime posizioni!

Al primo posto, con l’ottimo punteggio del 20% di ascolti abbiamo nientepopodimeno che gli allucinanti Talking Heads.
Lo confesso. Ad ogni canzone non resisto al muovermi come David Byrne nel live di “Life during wartime” (di cui allego video): le gambe si fanno di gomma, l’emotività psichedelica prende il sopravvento e la sperimentazione la fa da padrone.
Sperate di non trovarvi nei paraggi, non è un bello spettacolo.

Al secondo posto, col 13%, torniamo coi piedi per terra con gli splendidi Foo Fighters.  Che carica ragazzi, uno dei miei gruppi favoriti di sempre. Se dovessi, non saprei davvero esprimere una preferenza su di un album o una canzone. “Echoes, Silence, Patience & Grace”, “Wasting lights”, “The colour and the shape”, “Concrete and Gold”..come si può scegliere?!
Tanti cuori per loro.

A parimerito al terzo posto, con un punteggio del 6% ognuno, ecco a voi Pearl Jam, Blink 182 e The Smiths.
Niente di nuovo: mi porto dietro i Blink da quando ero ragazzina (ricordo addirittura una tesina su di loro in francese alle medie) e gli Smiths sono stati un grande, grandissimo amore soprattutto negli anni universitari (li approfondiremo, è d’obbligo). Resto stupita dai Pearl Jam, che ho sempre adorato ma in maniera piuttosto limitata, nel senso di “pochissime idee ma in compenso fisse” come diceva il caro Fabrizio. Non moltissime canzoni conosciute tra tutte quelle della loro discografia ma poche sentite e risentite allo sfinimento.
C’è però da dire che sono andata controcorrente con “Lighting Bolt”: avanti, chiedete, so tutto!

Seguono di poco sotto in classifica, non certamente per importanza, tre gruppi che sono di sicuro nella top 5 dei miei a-do-ra-ti. E allora sotto di Alice in chains, AC DC e RHCP.
Mi dispiace abbiate avuto limitati ascolti quest’anno (a detta di Spoty, eh!) ma non posso star sempre a sentire voi!

E poi Mad Season, Libertines, Stone Roses, The Strokes, Courtney Barnett (♥), Kaiser Chiefs, Jane’s Addiction, Johnny Cash (♥), Parquet Courts, Velvet Underground, 2 Door Cinema Club e molti altri.

Ok le preferenze, ok i generi, ok tutto.
Ma quanto è labile il confine tra coerenza e monotonia?

Love.

P.s: c’è anche il video di “Wild wild life”, sì, lo so, ok. Mbè?

L’anno delle prime volte.

Questo 2017 non è sicuramente stato uno degli anni più brillanti di questi 29 anni di esistenza (ventinove! meceviédapiagne).
L’ho, anzi, vissuto come uno forse dei più difficili sotto vari punti di vista, in primis quello che correla l’età agli obiettivi lavorativi e di vita…ma passiamo oltre!

La caratteristica che ha delineato l’anno che sta finendo è stata – tenetevi forte – fare un sacco di cose per la prima volta!
Avrei voluto segnarmi tutto ma, da “persona che dice di fare una cosa poi dopo un minuto si è già scordata” quale sono, non l’ho fatto, e quindi purtroppo (so che fremevate dalla voglia di sapere tutto ciò più dell’oroscopo per l’anno nuovo di Paolo Fox) vi dovrete accontentare di quello che ricordo.
Anzi, per pararmi il sedere da questa mancanza stilo una semplice TOP 3 delle esperienze che, nonostante tutto, sono state segnanti per me e che mi hanno fatto fare un balzo in avanti dal punto di vista dell’esperienza.

(E qui apro una parentesi: non pensate che io stia parlando di esperienze profonde di vita, di illuminazioni e scoperte rivoluzionarie; semplici situazioni che ho vissuto da ignorante e cose che ho imparato – spesso a mangiare.)

Manicure. Ebbene sì. In 29 anni è stata la mia prima manicure! Non so che dire..mi sono sentita una vera signorina! (gh! :D)
Voto: 8.

Salmone. Ho mangiato per la prima volta il salmone crudo, con limone. Non pessimo, devo ammetterlo, sa quasi per niente di pesce, solo un po’ di mare.
Voto: 6. (nda: da persona spesso – molto spesso – schifata dal pesce è un voto che vale oro!).

Mandorle. Mandorle..dove siete state finora?! Mettiamo in chiaro una cosa: deve piacermi l’alimento in cui si trovano, a cosa sono abbinate e l’intensità del sapore e dell’odore (essenza di mandorle..vade retro!). Per il resto sto diventando un’addicted. Voto: 9-.

Buon 2018 a tutti…ed incrociamo le dita per tante nuove esperienze!!

Pciù

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Pensieri, parole, opere e omissioni.

Faccio la distaccata e la scettica sull’amore perché sono una sognatrice incallita ed una romantica d’alta quota.
È la fortuna di saper recitare e fingere, la sfortuna di non saper arginare e trattenere.

Il mio rifugio è un cuore di pietra, ma non è quello il mio materiale.
Il mio materiale è l’argilla, che mano dopo mano si modella e cambia, che tocco dopo tocco esprime nuovi ed intimi significati dello stesso essere.
Il mio materiale è il legno, che arde e si spegne, che lascia tracce ma non significati.
Il mio materiale è l’acqua, che rinfresca e solleva e dopo un attimo fugge via.

Il fatto è anche che nella vita probabilmente, ad un certo punto, bisogna smettere.
Smettere di lamentarsi, smettere di proteggersi, smettere di pretendere, smettere di cercare di far capire, smettere di cercare un proprio mondo in cui essere felici.
A volte è una fortuna, a volte una sfortuna.
Nella maggior parte dei casi la seconda.

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Luciana Mayer – Basta un fiore

 

In attesa da una vita

Esco dalla struttura monocolore per prendere una boccata di aria e lascio Rosy l’infaticabile alle sue pubbliche relazioni.

Il cielo è sereno e per quanto, essendo marzo, l’aria sia ancora fresca, si respira già un senso di frizzante attesa estiva. Un raggio di sole si imbuca con destrezza tra gli alberi e mi scalda il viso. Le mani sono gelate, come sempre. Dei piedi non ne parliamo.

È presto, per quanto possibile, ma altrettanto tardi, dipende sempre da cosa si ha in programma di fare.
Oggi il calendario prevede: niente.
Intendo, niente di programmato e di costrittivo, nessuna scadenza da dover rispettare né ansiosi obblighi da portare a termine.

“Ciao a tutti, sono Fabi e sono una procrastinatrice seriale da quasi trent’anni.”
(ndp – nota del personaggio: sì, è il mio cognome ma sembra quasi un soprannome, per cui tutti mi chiamano, a prescindere ed inconsapevolmente, in questo modo).
“Ciao Fabi.”
(ndp: in effetti come soprannome sarebbe dovuto essere qualcosa tipo Faby, Phabi o Fa B. ma tant’è, quando si pronuncia nessuno sa cosa si vuole intendere).

Mi piace aspettare, mi è sempre piaciuto. Non mi sono mai annoiata sia che fosse dal dentista sia in fila al supermercato, all’ingresso di uno stadio, tanto meno per fare un esame. Non l’ho mai sentito come tempo perso, al contrario, spesso, come tempo denso e riflettuto, di meditazione, di importanti decisioni e valutazioni sull’esistenza.
Certo, convengo che tirarla per le lunghe è altra cosa rispetto all’attesa ma in qualche modo, in me, le due cose coincidono.
Forse aspetto solo il momento giusto, anche se c’è chi dice che il momento giusto va creato e non atteso. Probabilmente hanno ragione ed altrettanto probabilmente sono riusciti a costruire i propri progetti e a dare vita ai propri sogni, loro.
Va bene, forse si tratta solo di pigrizia, ma costruttiva in ogni caso, intendiamoci.
So che un giorno farò qualcosa di prestigioso nella vita, qualcosa per cui diventerò celebre ed importante, mi capiterà qualcosa di folle e sensazionale; nel frattempo, nell’attesa procrastino.

È una tecnica accurata che si tiene in equilibrio con impegno faticoso e costante.
Non è mica da tutti; non è che un giorno ti svegli e dici “oggi procrastino, oggi temporeggio”. Lo sai fare? Bisogna saperlo fare, sono necessari anni di studio ed applicazione, tentativi, fallimenti e forza di volontà non indifferente.
Non è mancanza di responsabilità, al contrario, è serietà nel portare a termine questa operazione in maniera tra l’altro totalmente affidabile.

Balle.

Tutte balle. Tutte enormi, vane e ingestibili balle.
Va bene il piacere dell’attesa che è essa stessa il piacere, va bene pure che “L’attesa è una suspense elementare, è un antico idioma che non sai decifrare, è un’irrequietezza misteriosa e anonima, è una curiosità dell’anima.

Svogliatezza. Pigrizia. Fannullaggine. Apatia. Chiamatela come vi pare.

Non c’ho voglia.

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Edward Hopper – Morning Sun (1954)

Si inizia sempre dal basso – parte seconda

Accettazione effettuata, si va nella sala d’aspetto sostanzialmente inesistente dal momento che coincide con le scomode sedie scheggiate di cui sopra.

Siedo di fronte all’ingresso che riporta alla sua sommità il cartello “Radiologia” e aspetto. Ha le sembianze di una porta blindata ma è improbabile, penso, e di quel colore- davvero bruttino – che è una via di mezzo tra grigio e celeste, direi un cmyk 4 0 4 22.
Al centro della porta, ad altezza viso, una sorta di finestra che se è per guardare dentro o per guardare fuori non si capisce, nel dubbio mi alzo e mi affaccio, attirata da uno strano tremolio della luce interna.
Un lungo corridoio di cui non si percepisce la fine, e che tenta con risultati davvero pessimi di creare un ton sur ton tra pareti, pavimento e porte, è sormontato da enormi blocchi di luci rigorosamente ad incandescenza. Ce ne fosse uno che non vibri.
La situazione è fin troppo angosciante, non so se più per la porta blindata,  l’accostamento di colori o per l’atmosfera da laboratorio di Hawkins, anche se non vedo macchie di sangue e porte per il Sottosopra ma non metto in dubbio che possano essercene in giro.
D’improvviso una figura compare dal nulla di fronte a me al di là del vetro; mi ricordo fortunatamente della presenza della porta tra me e lei e riesco a trattenere il riflesso istintivo di reazione involontaria (leggi: tirare un pugno) a quello spavento, il che salva me da una mano dolorante e il tecnico da un occhio nero. “Fabi?” vedo la sua bocca pronunciare il mio cognome, ovattato ed in lontananza, creando una piccola condensa sulla lastra. Faccio segno di sì con la testa ed entro, per quanto avrei voluto rispondere con un disegnino esplicativo con il dito su quell’alone.

“Prego”, prima porta a destra. Com’era prevedibile l’ambulatorio non è differente, per gusto, dal resto del reparto: ora è tutto sui toni dell’azzurro, porta, pavimento, pareti, battiscopa, lettino, aiuto.
Levo le scarpe e salgo su. Ad ogni scansione il tipo si reca in una stanzino con una grande vetrata, chiude bene la porta, si serra dentro, avvia il macchinario, riapre la porta e poi esce; una, due, tre, quattro lastre impresse, metti il piede così, cosà, sinistro, destro, di lato. Una, due, tre, quattro, chiusure ed altrettante aperture di porta, avrà percorso almeno 100 metri in due minuti, record mondiale di categoria.
“Bene, abbiamo finito.”, la sua bocca si allarga in un ampio ed inaspettato sorriso. “Potrà ritirare le sue risposte da martedì. Buona giornata.”
Risposte, magari fosse sempre così semplice. Ci si metterebbe sotto ad un macchinario che scansiona per bene tutto, muscoli, ossa, cellule, pensieri e sentimenti, quattro giorni di attesa e la Risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto sarebbe a portata di mano. Sicuramente non sarebbe 42.

Si inizia sempre dal basso.


Venerdì mattina, ore 8.30, sono nell’area di aspetto del reparto radiologia in attesa del mio turno per la lastra ai piedi, doloranti da mesi e noncuranti delle attenzioni a loro rivolte da tempo tra fisioterapisti, laser e plantari. Se ne fottono proprio.

I miei piedi sono diventati pigri, non vogliono ristabilirsi, secondo me lo fanno intenzionalmente.
I miei piedi mi odiano. Ed odiano anche lo sport, mi impediscono di farne. Diventeranno grossi, pelosi e con la pelle coriacea, come quelli di un Hobbit, non riuscirò più ad indossare le scarpe e loro l’avranno vinta sull’umano, saranno liberi e padroni.
Me lo sento.

Seduta su una scomodissima sedia in legno scheggiata, vicino a me, seduti su altre scomodissime sedie in legno scheggiate, diverse persone in attesa, per la maggior parte anziani. Ognuno col suo biglietto bianco e rosso numerato nella speranza che il tabellone luminoso faccia apparire il proprio, come fossimo in coda dal macellaio, due etti di macinato di solo manzo, grazie.
Ansia da prestazione malcelata da scontate conversazioni sul tempo e sulla salute, occhi che sbirciano furtivi verso il quadro numerato e subito tornano sull’occasionale interlocutore fingendo interesse.

Poi c’è mia nonna, accompagnatrice perfetta in ogni situazione e creatrice autentica della figura del PR che Edward Bernays scansate proprio.
Lei parla, con tutti, si interessa, a tutti, domanda, sorride, si preoccupa, dispensa e chiede consigli, e nel frattempo non fa caso ai numeri che scorrono lenti ma inesorabili sul tabellone, e puntualmente perde il suo turno. Ovviamente con nonchalance e con il suo furbo ardire riesce sempre a reinserirsi nel flusso degli astanti e far continuare così, senza intoppi e modifiche spazio-temporali, lo scorrere della vita.

In ogni caso quel passaggio io l’ho già superato, l’attesa numerica intendo, ovviamente. “Arriviamo mezz’ora prima così facciamo presto per pagare il ticket (due piedi, due ticket, mannaggialoro), per l’accettazione e intanto che aspettiamo l’ora dell’appuntamento facciamo colazione.” Cornetto e cappuccino, il male.
Fortunatamente – ma sfortunatamente per ingannare l’attesa – il bar interno è chiuso da qualche mese non so per quale motivo, svogliatezza nel leggere le righine piccole sotto l’avviso, la pigrizia sta prendendo ormai il sopravvento.
Pagamento effettuato, accettazione in corso, “ma chissà come avrà fatto a prendere appuntamento per stamattina, solo ieri le ho detto che avrei dovuto..” … “Manuela, bella mia!” “Rosy!!”.
Che domande. PR in azione.

“Sei stata davvero un amore a trovarci un buco per stamattina, così presto, un angelo! Domani vi porto un dolcetto.”
“Come si fa a dirti di no Rosy! Ma lo sai si che hai una nonna super sprint? La fine del mondo!”

Rosy, diminutivo di Rosina, perentoriamente con la “y” perché lei è una moderna.
87 anni compiuti in estate.
Conosce tutti, tutti le vogliono bene e nessuno riesce a dirle di no, neanche i nipoti a tavola che su suo cortese invito (leggi: insistenza d’assalto) mangiano tutto ciò che lei ha amorevolmente cucinato fino a sentirsi – realmente – male.

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